Qualche settimana fa a Milano sono comparse delle gigantografie sui muri della metro. Ritraevano un panda, un'orca, un orango. Ma al posto del muso degli animali, c'erano volti di educatrici ed educatori professionali. Un messaggio semplice: siete in via di estinzione.
È una campagna di una cooperativa lombarda, pensata per denunciare il turnover selvaggio e la difficoltà crescente di reperire personale nei servizi diurni e residenziali. Funziona, visivamente. Fa pensare.
Ma chi lavora in Sardegna sa che quella metafora porta con sé un peso diverso — e che la questione non si risolve nell'immagine.
I dati nazionali restituiscono una fotografia che conosciamo bene: in media, nelle carceri italiane, c'è un educatore ogni sessantadue detenuti. Nei contesti di massima sicurezza il rapporto peggiora ulteriormente. Fuori dal carcere, nei servizi territoriali, la misurazione è più difficile — ma l'esperienza quotidiana di chi lavora nelle comunità, nei centri diurni, nei percorsi di strada, racconta di carichi analoghi, spesso privi di supervisione, di équipe ridotte all'osso, di coordinamenti che si consumano in logistica.
In Sardegna questo quadro si intreccia con le specificità di un territorio insulare: un mercato del lavoro educativo frammentato, appalti assegnati al ribasso, servizi che non vengono rinnovati, ore tagliate per aprire nuovi progetti. Un welfare che regge perché chi lavora dentro continua a tenerlo in piedi — spesso oltre i confini del contratto, spesso senza che nessuno se ne accorga.
La carenza di educatori non è un problema di vocazione. Come ci ricorda la letteratura sulla resilienza professionale, la motivazione non è una risorsa infinita: si costruisce nell'incontro con contesti che la sostengono, si consuma nell'isolamento, nell'assenza di riconoscimento, nel lavoro che non trova spazio per essere pensato. Gli educatori ci sono. Molti sono ancora dentro. Il problema è cosa viene chiesto loro di reggere, e in quali condizioni.
Questo spazio esiste per nominare quelle condizioni.
Non come sfogo, ma come primo atto di una riflessione collettiva. Perché le dinamiche che rendono difficile il lavoro educativo in Sardegna non sono il risultato di singole scelte o di singoli fallimenti: sono strutturali, e come tali richiedono uno sguardo condiviso per poter essere trasformate.
Se sei un educatore o un'educatrice del territorio e riconosci qualcosa in queste parole: questo spazio è anche tuo.